Il ‘Novo Codice’ e la conciliazione degli opposti

La storia dell’arte – oltre ad essere costellazione di idee – è soprattutto storia di sperimentazioni tecniche, ovvero percorsi d’indagine che caratterizzano ciò che viene definito ‘stile’, ovvero l’autentico luogo dell’arte stessa. La vera sfida per un artista è dunque il raggiungimento di un linguaggio riconoscibile che contenga in sé sia la capacità tecnica che la sua forza spirituale, al punto da identificarsi in quell’unicità che lo farà brillare di luce propria. Rodolfo Lepre, architetto ed artista d’avanguardia, rappresenta la sintesi di linguaggi ampiamente consolidati nel corso del ‘900, al sorgere delle correnti legate all’astrazione geometrica ed all’informale. La dimensione figurativa non rientra nei suoi canoni espressivi, nella sua peculiare sensibilità tutta protesa verso l’invenzione innovativa. Lepre coltiva il desiderio di proporre un’assoluta contemporaneità  svincolata dal ‘già visto’, da quell’iconografia figurazionale che ha già compiuto un lunghissimo cammino nel corso del tempo. Il suo inedito codice è anzitutto lo spaccato intellettualistico di un mondo interiore strutturato secondo una modalità coordinata ed organica, che ci impone la ricerca incessante delle chiavi interpretative. Il punto di partenza è l’idea di una Realtà duale che governa sia il microcosmo che il macrocosmo. Tutto si presenta, apparentemente, in una contrapposizione di sistemi che fa muovere la manifestazione delle cose visibili e, probabilmente, invisibili, se è vero che siamo in gran parte circondati da una materia ignota che chiamiamo ‘oscura’, e che potrebbe corrispondere, per possibile analogia, alla parte inconscia di ognuno di noi. Una dualità che – in ambito artistico – pone al confronto il vuoto ed il pieno, la luce con il buio oppure la realtà  visiva dell’antitesi cromatica. Tutto attorno a noi sembra essere governato da questa legge che, nell’interpretazione mentale, si classifica come percorso di forze contrarie, quasi conflittuali, almeno in apparenza. Ed è proprio questo il punto in cui interviene la concezione filosofica (ed astratta) di Lepre. Infatti, la sua intuizione rappresentativa punta proprio a risolvere questo problema della ragione a favore di una conciliazione, di una ‘coincidentia contrariorum’ che si traduce poi in interazione, o meglio complementarietà ‘centrifuga’ degli elementi fra loro, esattamente come accade nella manifestazione del fenomenico. Ecco allora la coesistenza di campi vuoti e geometrie organizzate, probabile metafora del confronto fra libera espressione ed organizzazione razionale. Se è vero che la Natura procede secondo teoremi matematici, i cosiddetti ‘pensieri di Dio’ citati da Sant’Agostino (come la successione di Fibonacci che racchiude il codice segreto dello sviluppo delle piante, o geometrici, come le immagini frattali), è altresì da considerare che dentro il nostro animo vi è la spinta verso una creazione non confinabile in alcuna forma predefinita. Non a caso, la corrente stessa dell’Astrattismo, storicamente, è divisa tra rigorosa concezione razionale (che a suo tempo fece capo a Mondrian) ed introspezione psicologica, con le ‘spirituali’ visioni di Kandinsy. Nelle opere di Lepre, quadrati e rettangoli dorati, linee rette e forme circolari si stagliano su fondali materici ‘movimentati’ volutamente chiari, con predilezione di tonalità avorio o panna che, se da una parte pongono l’idea della contrapposizione, dall’altra suggeriscono quella coesistenza che rientra nell’ordine delle segrete Cose del mondo. E, nel processo esecutivo, i materiali da cantiere – ben conosciuti dall’artista – quali sabbie, colle e gessi, assumono piena dignità estetica ed anzi, appaiono necessari per strutturare le opere stesse. La materia, dunque, attraverso questa abile manipolazione, si pone al servizio del pensiero creativo e diviene opera compiuta che richiama le modalità di un codice misterioso. Allo stesso modo, l’artista ‘gioca’ sul contrasto acceso tra la cupezza tragica del nero, non-colore che tutto fagocita, e la passionalità del vermiglio, steso sulle medesime figure geometriche. Qui vi è un incontro-scontro che colpisce un piano prettamente emotivo-passionale, facilmente identificabile nelle dimensioni di Eros e Thanatos, ovvero Amore e Morte, la dualità esistenziale per eccellenza che, da sempre, coinvolge filosofi e poeti. Sono degli esempi di accostamenti cromatici tipici di questa indagine, le cromie di elezione che l’artista sente profondamente nell’Anima, che già di per sé racchiudono un’attrazione magnetica. Ma, nella visione a distanza, nella comparazione dei quadri l’uno accanto all’altro, sono le posizioni delle superfici geometriche ad introdurci dentro un ulteriore enigma interpretativo. Posizioni mai identiche, mai reiterate, sempre in continua mutazione, come se le figure fossero continuamente mosse da una mano invisibile sopra una tastiera striata. Un cosmorama metafisico dove ogni singolo elemento sembra seguire un programma, una determinazione non casuale. Nell’ultima fase, i lavori di Rodolfo Lepre, accentuano ancor di più questa dimensione criptica, quasi esoterica, nel significato letterale del termine che indica una ‘ricognizione’ tutta interiore. Nella fattispecie, le geometrie si riducono, i rettangoli assumono un aspetto filiforme, ed aumentano gli spazi vuoti che si consegnano ad una percezione libera pur nell’ambito di un preciso teorema. Lo sguardo è catturato, l’attenzione si disperde alla ricerca di tracciati e riferimenti logici. E’ il momento delle rarefazioni, del togliere piuttosto che dell’inserire. Qui si evince la mente dell’architetto, dell’analista che determina e sintetizza secondo il canone codificato, sacrificando quel superfluo non utile alla risultanza dell’insieme. Nelle conclusioni, possiamo senz’altro affermare che il percorso di Lepre non è facilissimo né sul piano tecnico né su quello interpretativo. Riteniamo non sia azzardato accostare la peculiarità del suo inconfondibile stilema alla sintassi spazialista che, fra i vari intenti, ricercava anche un dialogo far pittura e scultura, tra bidimensionalità tradizionale ed ispessimento materico. Ma, aldilà delle possibili classificazioni e reminiscenze storiche, emerge in misura incontrovertibile la qualità della sua pregevole opera. Vi è la scelta meticolosa dei materiali, l’accuratezza esecutiva delle trame e la ‘tessitura’ dell’insieme secondo un progetto certamente mentale ma anche intuitivo, che affonda le radici nell’idea di un imponderabile che ci circonda. E’ il frutto di un profondo lavoro d’introspezione e di confronto con le esperienze passate. Nel corpus della sua indagine troviamo l’intelligenza del concetto puro, il ‘discorso’ stilistico conquistato ed espresso con organizzazione tecnica e conoscenza dei materiali. In questo ermetico ma fascinoso ‘Novo Codice’, c’è sicuramente la maturità consapevole del mestiere ma anche il richiamo ad un pensiero fondante riconducibile al mistero della Natura ‘naturante’ nelle sue infinite declinazioni fra principi, cause ed effetti.

Giancarlo Bonomo
Critico d’Arte

 

“Il mio alfabeto; la mia verità “

“…opere materiche, tutte legate da un comune denominatore: la ricerca di una soggettiva ed univoca chiave di lettura dell’opera; opera che nasce dalla espressività della materia trattata e da un nuovo alfabeto di segni, solchi, graffi, in essa scavati, consentendo, allo spettatore,  di individuare un proprio, intimo, unico e personale percorso di conoscenza e comprensione del linguaggio artistico.”(Rodolfo Lepre)

Un percorso quello di Rodolfo Lepre coerente e studiato. Dopo gli inizi pittorici tradizionali la sua creatività ha trovato una linea coerente e propria senza scindere completamente le due strade, professionale e artistica, per giungere al Segno ed alla Materia che le definiscono entrambe. La conoscenza professionale, legata all’attività di architetto, infatti, si unisce alla capacità di esprimere con pochi segni le emozioni espresse dai colori. Le sue opere hanno pian piano assunto una loro particolarità ed una stilizzazione sempre più raffinata e sentita, senza mai però disconoscere ciò che si era fatto precedentemente.
Dagli anni 2006/2007 la Materia ed il Segno sono rimasti i cardini del suo fare con grosse spatolate di colori contrapposti ai quali pian piano si aggiungono striature e forme geometriche più delineate. Serie di monocromi mettono sempre più in evidenza movimenti e moti dell’anima che con sapiente e calibrata armonia ci mostrano la voglia di estrinsecare dell’artista Lepre.
I contrasti si fanno sempre più forti e decisi mostrando una “geografia emozionale” in cui si aggirano pensieri e sentimenti, voluti o istintuali, sempre più liberi da costrizioni e calibrature. Gli impasti materici escono dalle tele e si fanno quasi altorilievo, scultura debordante, angoscia senza freno, esigenza di trovare un “luogo unico e personale”, fuori da ogni schema e convenzione.
L’Artista Rodolfo Lepre trova la sua ricerca ed il percorso si fa soggettivo, interiore, inconscio. Nulla infatti lo può fermare e le opere fluiscono e vagano dai Bianchi su Bianchi in cui “Tutto e Niente” si toccano, alle “Contrapposizioni” sempre più evidenti tra “sovrapposizioni” e “ricami” di colore su colore.
Importante sarà anche un cambiamento del Segno, tra il 2013 e ’14, che non si limita a percorsi ed habitat, più architettonici ed equilibrati, ma che si assottiglia in maglie e “linguaggi universali”, anche arcaici,  sulla vita più profonda dell’uomo, che sempre è al centro dell’attenzione. Codici, quasi, che alludono alla “Memoria” ed alla “Storia” e che proseguono a mostrarsi attraverso “vere e proprie tessiture” che richiedono un impegno sempre più meticoloso in “mille” e più contrasti tra segno e colore . Non si lascia però distrarre da tessiture e cromie. La tavola rimane sempre legata agli impasti spatolati e sovrapposti di due o, al massimo, tre colori con cui tutto l’ordito si realizza, scandito in precise fenditure, geometriche e regolari nella loro posizione rispetto al quadrato in cui si muovono.
Altra costante nella produzione di Lepre è data dalla forma dell’opera, che solo raramente si scosta dal quadrato formandone un multiplo, dittico, trittico e raramente un rettangolo, in cui vi è l’unione di due quadrati in ogni caso. La scelta non è casuale e denota la ricerca di un equilibrio anche nell’atto del “perdersi”, del lasciarsi andare oltre il proprio mondo concreto, materico appunto, nelle pieghe delle emozioni e delle vicende che “segnano” la vita. Il limite sembra essere necessario per Lepre, nel quale anche le emozioni  alla fine, devono essere contenute in “giusti contesti”, di cui la forma e la dimensione sono i limiti. La sua “realta”, immaginaria ed emotiva, trova sfogo e potenza già nell’uscire dalla bidimensionalità pittorica, strabordando e “lievitando” nell’unione del segno e della materia in maniera più o meno accentuata, nella ricerca dell’Io interiore e delle sue pulsioni vitali, forti e proprompenti. Oltre però sembra aver timore di “precipitare”, e quindi ha bisogno di una linea precisa di contenimento oltre la quale Emozione e Ragione perderebbero “l’armonia del vivere”. L’immagine si costituisce nei suoi elementi cardine: colore, campo, linea, luce che si compenetrano gli uni negli altri in un tessuto compositivo totale. Un paragone potrei ritrovarlo nelle opere di Pino Pinelli, il quale così infatti afferma : “… Tendo a stimolare nell’osservatore una disposizione a percepire l’opera in un ambito non solo visivo ma anche tattile… Ciò che svela l’espressione è la tattilità con cui il referente partecipa.”. L’incontro con l’opera deve essere un’esperienza dalla quale sia l’artista che i fruitori possano trarre imput emozionali diversi e rilevanti poiché: “ Sentire. Toccare. Vedere. Fare e Pensare. Pensare e Fare.” sono di vitale importanza sia dell’Arte che della Vita. Questo è quanto Rodolfo Lepre comunica e trasmette nei suoi lavori, unici e di forte impatto sia per la tecnica e matericità di cui sono pregni che per la forte espressività che sprigionano tra le mille pieghe ed i mille significanti che esse implicano in chi le scruta ed interpreta.

Francesca Mariotti
Curatrice e Critica d’Arte

 

I tracciati della Mente tra conscio ed inconscio

Per moltissimo tempo l’uomo ha vissuto una condizione, basata su un’erronea credenza, inerente la sua totale subordinazione alla Natura e, di conseguenza, a quella materia costituente tutte le cose visibili e, forse, invisibili sotto forma di energia non percepibile dal punto di vista sensoriale. In qualche modo la cultura imperante nei secoli, sia in campo filosofico che religioso, lo ha visto se non ‘vittima’, quantomeno entità impotente dinnanzi all’Assoluto, all’imponderabile che ci governa nel silenzio del tempo. Nel Rinascimento, l’attenzione verso l’uomo quale centro dell’universo pare essere il dogma del nuovo evo, ma ben presto questa concezione si rivela puramente teorica sotto la pressante spinta di una Inquisizione che non ammette proclami eretici. Un atteggiamento che condiziona fortemente il percorso iconografico ed iconologico delle arti figurative. Ma, sul finire della rinascenza artistica, nel febbraio del 1600, un frate domenicano, Giordano Bruno postula un precetto rivoluzionario che pare frutto di una lucida visione alchemica. Ovvero che l’universo è infinito, l’atomo è immenso e, soprattutto, che è il pensiero a generare la materia e non viceversa. Un’affermazione che, non rinnegata, gli costerà il rogo. Giordano Bruno, per intuizione e per sue conoscenze, aveva coniugato il pensiero occidentale con quanto in Oriente si era sempre sostenuto. La realtà, dunque, può essere assoggettata ad un’azione volontaria. L’arte profana dovrà attendere ancora molto tempo prima di veder attuata la liberazione da antiche credenze riferibili ad un destino ineluttabile, prestabilito per volontà divina. Dovremo attendere la seconda metà dell’ottocento, al declino dell’epoca romantica, prima di assistere ad un mutamento epocale. Le tendenze dell’irrazionalismo, del simbolismo ed una visione esoterica del mondo, costituiranno il preludio della rivoluzione novecentesca. L’uomo finalmente ritrova se stesso, la sua centralità nel confronto con il Tutto, e diviene padrone ed artefice della propria esistenza. Le teorie della meccanica quantistica affermeranno sempre di più l’idea di un infinito irraggiungibile, di una materia che coincide con l’energia cosmica. E, nel campo della biologia cellulare, l’indagine di Bruce Lipton, autore della fortunata pubblicazione ‘La biologia delle credenze’ dei primi anni 2000, costituirà una pietra miliare a sostegno della tesi che conferisce alla mente non solo la capacità di influenzare la materia ma persino di modificare il programma genetico del DNA. Semplificando, questa premessa filosofica vuol portare alla luce l’enorme potenzialità insita in ognuno di noi di operare per manipolare, modificare e ricreare il mondo a partire da uno specifico atteggiamento interiore, nella consapevolezza che ogni limite è un falso problema che la mente proietta inibendo la volontà, di concerto con una fragilità di carattere psicologico.

Abbiamo citato il novecento, il cosiddetto secolo breve. Certo fu un periodo storico contraddittorio per le efferate crudeltà dei conflitti mondiali e l’incredibile progresso scientifico e tecnologico. In campo artistico, dalla rivoluzione impressionista e dalle scomposizioni cromatiche operate da van Gogh, deriveranno le grandi avanguardie dove tutto sarà possibile, ed ogni spazio creativo sarà terreno utile di sperimentazione. Non ultima, la conquista della materia. Una materia neutra che si potrà trasformare, graffiare, bruciare… addirittura violentare per dar forza ed intensità ad un concetto impellente, ad una necessità espressiva di vitale urgenza. Le Biennali vedranno le grandi installazioni, così come le istituzioni museali diverranno degli immensi laboratori di esposizione, confronto e ricerca su un’arte contemporanea senza limiti ed in perenne movimento. La complessa indagine di Rodolfo Lepre ha, dunque, origini lontane. La sua idea dell’arte muove da una considerazione fondamentale, ovvero che la stessa non abbia il compito di replicare la realtà, bensì di aggiungervi un qualcosa di originale ed inedito, seguendo quella ‘legge della necessità interiore’ che fu l’autentico precetto di Kandinsky, fondatore dell’astrattismo. La realtà già esiste e si determina da sé. Il senso dell’opera dell’artista dev’essere quello di mostrarci la meraviglia interpretativa di un mondo proprio. Un’idea del mondo che prima non c’era, che non avevamo mai viso o concepito per effetto dell’immaginazione. Arte intesa non come riproduzione ma rigenerazione, palingenesi di uno spirito innovativo che comunica vibrazioni, sensazioni e ricrea, in chi guarda, il senso di quell’infinito delle Cose già affermato con convinzione da Giordano Bruno. Perché le porte della percezione di ognuno di noi sono infinite. Chi potrebbe stabilirne con rigoroso metodo i limiti e le regole? E proprio quell’atto creativo – che tanto rende l’uomo stesso simile ad un Dio che genera dal Nulla – è quanto realmente ci interessa nella vastità, spesso vacua, del frammentato cosmorama contemporaneo. In quest’operazione certo intima, privatissima, ma con esigenze di un’estensione visibilmente concreta dell’espressività, Lepre si applica con metodo definito, attingendo alle conoscenze derivanti dalla sua professione di architetto. Come lo studio dei materiali, il grado di duttilità e compattezza, le reazioni chimiche dei composti agli agenti atmosferici. Oppure la straordinaria ricerca degli effetti ch’essi proiettano allo sguardo che contempla ed indaga. In questo processo creativo di manipolazione volta ad un significato ultimo, Lepre considera utile ogni materiale da costruzione. Sabbie, stucchi, cementi coniugati col colore sintetico. Tutto è importante, tutto può essere riconvertito in materia viva, pulsante, che evoca significati e movimenti interiori d’incomparabile mistero e suggestione. La materia ritrova la compiutezza di una propria dignità estetica, piegandosi alla volontà di un pensiero-creatore che la determina e, in qualche modo, metaforicamente le conferisce nuova vita proprio in quel Senso espressamente evocato. Nelle opere della prima fase esecutiva, l’artista procede attraverso una sperimentazione informale ricca di soluzioni cromatiche e stesure di colore ispessito che seguono tracciati imprevisti. Il contatto con la realtà manifesta è distante. L’intensa esposizione pittorica è riferibile a dimensioni di natura conscia ed inconscia. Lepre lascia spazio ad una liberazione dell’istinto creativo che non ricerca parametri con il consueto, il convenzionale. La forma è smontata, nulla è scontato. La pittura qui punta all’azione certo metodica ma imprevista, al fine di evitare condizionamenti stilistici o di maniera. Ma, già da questa produzione ‘prima’ si intravedono i prodromi di un’espressività volta alla ricerca di un ordine di carattere geometrico. Ecco l’animo ed il talento dell’architetto che emerge. Dal caos apparente al rigore della linea definita ed ‘eloquente’. Si delinea così la fase di un nuovo arricchimento dei lavori. Vengono introdotti altri materiali e nuove idee trovano spazio. Abbandonati gli spettacolosi virtuosismi cromatici, il confronto con il colore stesso si organizza in misura limitata. Predominano i gialli e gli ocra (pregevoli nelle calde ‘nuance’) in campiture geometriche che si stagliano nitidamente su fondi neutri, come i magenta ed i vermiglioni in superfici buie, notturne, per esaltarne il contrasto. Rettangoli, quadrati, tracciati curvilinei danno vita a composizioni che si collocano in un’idea rappresentativa a metà strada fra linguaggio informale ed astrazione geometrica, sempre con la ferma volontà di guardare all’elemento concettuale inedito e anti-realistico. Lepre scioglie la materia che pare morbidissima, superata ed organizzata da un pensiero (o non-pensiero, laddove vi siano slanci di istintualità pura) che agisce in misura incisiva e determinante. Sembrano visioni di immaginarie mappe interiori, allogate in un piano indistinto della mente, conscia od inconscia che sia. Mappe che sottintendono non la casualità dell’esistenza ma la sua causalità. Il pensiero che genera e trasforma la materia, forse interviene e condiziona anche il corso degli eventi. Ci piace considerare questa ipotesi, forse suggestiva o magari razionalistica, nel percorso cognitivo di Rodolfo Lepre. D’altro canto, l’uomo ha sempre avvertito la necessità di tracciare percorsi per orientarsi e ritrovare le direzioni, nello spazio di un carteggio o nella superficie terrestre, già nell’antichità. Basti pensare alle cosiddette Linee di Nazca (i celebri ‘geoglifi’ risalenti forse a due millenni fa), nei deserti del Perù meridionale, misteriose mappature distinguibili dall’alto che disegnano sul terreno figure zoomorfe lunghe decine e decine di metri, che paiono immaginarie stazioni di segnalazione. Ecco l’esigenza di ricercare coordinate e creare punti di riferimento, in quest’ultimo caso, puramente esteriori. Lepre ha ritenuto di compiere questo viaggio dentro di sé, a completamento di una professione quanto mai basata su quote e calcoli di linee che determinano oggettivamente le proporzioni del reale nello spazio. Diversi anni fa ha maturato questa decisione nella consapevolezza di un inizio ma non di una possibile conclusione. Perché innumerevoli sono le ragioni e le variabili che muovono l’esperienza umana, nell’eterno confronto fra materia visibile e materia sottile che contiene in sé quell’essenza che definiamo Spirito o, con sentimento religioso, Luce Infinita.

Giancarlo Bonomo
Critico d’Arte

 

Profilo d’artista

Arte visiva tendenzialmente plastica, ambigua fusione tra azione pittorica e un risultato semi- scultoreo che utilizza mezzi spesso sconosciuti al “fare pittura”, ma utili a manifestare nel modo migliore l’espressività personale. Difatti Rodolfo Lepre non si accontenta di elaborare un colore materico ottenuto come caratteristico esito di pennellate più o meno cariche, poiché stravolgendo il rapposto cromatismo/ materia può rendere quest’ultima principale protagonista, “materia colorata” modellata seguendo un pensiero sovrastante la pittura principalmente detta, in cui il pigmento è inserito tra masse d’intonaco e calce sporgenti dal supporto quasi a voler dare l’impressione di essere una riedizione in chiave attualizzata e informale del più classico bassorilievo. Opere figlie di una modernità emblematica rappresentata nei variformi e corposi passaggi, dove non è affatto peregrino ravvisare un marcato carattere “industrializzato”, tale da rendere astrazioni perfettamente calzanti nell’interpretazione del progresso, concretizzazioni artistiche delle società civilizzate che a quegli stessi materiali ricorrono per edificare, cementificare, per lasciare un segno tangibile del proprio passaggio sulla terra.  Differenti tipi di spatole consentono all’artista di dare forma- immagine alla propria dimenszione astratta, di modellare materiali dalle molteplici strutture granulari ottenendo sullo stesso piano una mutevolezza plastica senza soluzione di continuità, in cui nulla appare prestabilito, infinitamente variabile nell’alternarsi di superfici lisce e scanalate, dove il colore partecipa mischiato in una pluralità di toni o aderendo alla tonalità assoluta del monocromo.  Piattezze, spessori, riccioli o gocce di materia colata, giochi modellativi concorrenti a sovvertire la razionalità intrinseca nei materiali: le opere di Lepre sembrano degli ossimori visivi, prodotti edili il cui ulitizzo prettamente logico, rigoroso, si scontra con l’imprevedibilità artistica, superfici in cui lo stucco non necessità di una stesura compatta, tanto che un suo spaccarsi in vistose crettature si rivela utile ad aggiungere nuove texture, plasticamente sovraesposte per costituire nuovi piani e nuovi spessori.

Elena Colombo e Andrea Rossetti, critici d’arte

(Tratto dal volume “Profili d’artista: percorsi di arte contemporanea”, a cura di Mario Napoli)

 

Rodolfo Lepre: “Per una Geometria della materia”

Un amore che parte da lontano, quello della pittura, per Rodolfo Lepre.
Una passione costantemente meditata, perseguita, sostenuta per di più ab extra dalla sua professione di Architetto, che del segno , della linea e del progetto fa uso più o meno quotidiano.
Nelle opere esposte nella presente mostra, realizzate dal 2008 al 2012, l’artista dimostra di essere approdato ad una convergenza ideale tra la sua intima necessità della materia, intesa come costante presenza con cui raffrontarsi alla ricerca di equilibri formali fuori da regole e schemi, di per sè sempre difficili da applicare all’espressione aniconica, per sua natura incorruttibilmente ineffabile, e la necessità
di riportare tali equilibri al contesto naturale dell’area geografica di appartenenza al pittore, la magica e comunque ispirativa Aquileia.
Quanto ne scaturisce è una rappresentazione che naturalmente tende alla sintesi primigenia, dove l’autosufficienza dell’impianto architettonico, giusto per giocare con le parole, rende inutile l’apporto cromatico, sempre essenzializzato attorno al mono o bicromatismo, laddove sovente assumono valenze particolari le tinte oro ed argento, al di sopra delle comuni definizioni cromatiche per lavori dal sottile gusto arcaico, quasi ancestrali basso rilievi dalle figurazioni criptico – topografiche, forse di vedute dall’alto, o forse di desuete e neglette progettualità rinvenute da epoche per sempre cancellate da una proto storia che mai sarà scrivibile.
Risalta la libertà di un percorso segnico materico calibratissimo nel suo lieve incedere nel contesto di simboli non codificati, nella sua elusività strutturale e nel suo esternarsi tellurico, figlio com’è di una materia prima terragna, che di volta in volta assume sempre nuove e cangianti valenze tattili.
Quanto piace nell’elaborazione pittorica di Rodolfo Lepre, e ditemi voi se è poco, è la capacità d’essere concretamente originale, in una sorta di territorio creativo proprio, dove l’artista compie una sintesi che denota estrema eleganza, ed un non comune modo di percepire il proprio territorio come un viaggio alla ricerca e sia delle proprie radici, e sia dei presupposti di quel segno primevo, da cui qualsiasi rappresentazione, tanto figurativa quanto dialettica, scaturisce.Lavori compiuti con cui confrontarsi per viaggi trans temporali senza inizio e senza fine.

Franco Savadori
Critico d’Arte

 

Rodolfo Lepre: “artista architetto della materia”

Non si può dire che l’uso della materia non sia elemento e concetto portante, nel lavoro di Rodolfo Lepre.

Proprio la materia, assunta come substratodella propria ricerca, in modi e con intento diverso, ha caratterizzato e sostanziato nella storia dell’arte molta della produzione creativa degli artisti.

Tra i tanti esempi, si pensi al polimaterismo di Depero, agli assemblaggi degli “scarti” di Kurt Schwitters, ma anche ai “sacchi”, alle “combustioni” e ai “cretti” di Burri, allargandosi ai “cementi” di Uncini, alle prime sperimentazioni materiche di Schifano… Proprio dagli anni Sessanta in poi l’uso di materie extra-artistiche dal perspex e l’evelpiuma di Sante Monachesi alla plastica e alle tende di Carla Accardi, alla tanta produzione di Pino Pascali, alle mollette per i panni di Renato Mambor, ai metacrilati di Gino Marotta, all’Angeli delle “calze-veli”, a Festa dei coriandoli…) diventa comune tanto da non poter più, in effetti, nemmeno parlare di materie “altre” e “anomale”, nell’arte…

Proprio in virtù delle esperienze pregresse nelle arti visive, altro e anomalo non si può considerare, quindi, l’uso di cementi, gesso, calce, stucchi, intonaci e simili sostanze combinate a colle, sabbie, ossidi, tutto mescolato al pigmento acrilico, e dato direttamente sulla superficie pittorica. Con questa modalità agisce il nostro Rodolfo Lepre.

Architetto, con un passato intenso nella pittura, adotta quindi elementi a lui familiari nei cantieri come lo sono queste materie dense o sabbiose ma anche come il colore, naturalmente… Questo agglomerato si fa pittorico ed è da lui applicato in maniera gestuale sul campo d’azione dell’arte: diventano, in sostanza, quadro.

L’opera che ne deriva è animata da un insieme ordinato che lo struttura, quasi un paesaggio tra l’urbano e il lunare, visto dall’alto, come se si trattasse di una cartografia, una pianta, uno stradario… Certamente, le sue coordinate non appartengono al reale: non v’è traccia di figurazione né di vera e propria raffigurazione, in questi lavori… Un punto di riferimento tratto dal mondo sensibile c’è, ma non è che una parte di quanto lo edifica e lo costruisce: la realtà è fatta (anche) di materia, appunto. Quindi, qualcosa di familiare emerge da questi quadri: non solo per gli appigli all’universo concreto e conosciuto, per quanto emblematico e di rimando, come abbiamo evidenziato, ma anche con agganci all’arte storicizzata. La  citazione di Burri, Uncini e degli altri sperimentatori non è, in questo senso, forzata…

L’astrazione non snatura ma inventa un vocabolario” sostituendo una “realtà immaginaria-emotiva, contraddistinta da suggestioni e sensazioni individuali” alla realtà-reale, e lo fa, si capisce, con un linguaggio “vivo, dinamico e drammatico”, dice Lepre, proseguendo: “Non so se questo che faccio è arte; so però, che per me è necessario come lo è confrontarmi con un pubblico attento e disponibile”… Per lui è proprio decisamente insopprimibile trasformare un “obbligo” privato, personale, in azione creativa che si fa, quindi, condiviso; è quasi uno spontaneo, ineludibile bisogno di agire sulla superficie plasmando materia e colori per farne qualcosa di concreto che accordi la poetica alla vitalità e a un certo espressionismo che, del resto, emerge prepotente allo sguardo esterno del fruitore.

Come rilevato, questa matericità è gestuale, fisicamente imposta sul piano pittorico, ma allo stesso tempo predisposta entro percorsi compositivi precisi.

Ogni opera è, infatti, concepita accogliendo campiture piene di materia-colore dove la composizione si struttura attraverso porzioni sia reticolate sia spiraloidi rese, anche in questo caso, dagli attrezzi del lavoro sul cantiere: mazzette, spatole… Con questi strumenti l’artista cesella profondamente lo strato pittorico spesso, lo organizza con una naturale attitudine costruttiva – abbiamo detto che egli è anche architetto – e davvero sembra richiamare la visone dall’alto di una città immaginaria, territorio non bene identificato e per questo, forse, esemplificativo: fatto di giallo-ocra con percentuali più chiare, di grigi stradali con graffi di viola, di blu, di arancioni caldi, di monocromi agitati da solchi cartesiani… Ogni opera, è, anche, una sorta di trappola-per-la-luce perché, abbiamo detto, la stesura materica porta incisi precisi segni e, dove questi insistono, la luce si insinua, sottolineando il carattere cromatico-luminoso vibrante del quadro ed esaltando il rapporto pieni-vuoti.

D’altra parte, non poteva non essere così, nella ricerca di un artista-architetto (o architetto-artista?).

Barbara Martusciello
Critico d’Arte

 

Uno sguardo possibile.

Non pertugi. Lo sbarramento alla fuga, anche alla più timida, attiene qui al gesto del racconto interiore, alle pulsioni e allo stremo cercare riposo.
L’occhio si apre su stati d’animo imbavagliati dalla lotta, dal conflitto in cui si spargono cuore, amaro, tensioni, sonorità e finalmente piccole soste.
Tutto avviene al chiuso perentoriamente entro il recinto dell’animo: traslochi e sobbalzi, ansia, sprofondamenti e palpiti sono custoditi dall’invisibile sorveglianza della scolta della ragione, del pensiero.
Attento a non superare i limes, il sollevarsi delle onde è potente, attenuando il tentativo di ordinale secondo maree e risacche prevedibili.
Così le intense emozioni, fattesi cromatismo, forma, segno, si sfrangiano nell’urtarsi, si affastellano, si sgretolano, si sovrappongono, si ritraggono per un attimo in una estenuante convivenza di energie in contrasto. Mentre tracce scavate a solco divengono cingoli che attingono a insurrezioni del sentimento.
Nel nascosto dell’anima si aprono stanze di rossi, neri, bianchi che si contendono superfici abrase, pronte a una rissa senza il passo della tregua.
Così per i gialli e per i grigi assordati da svolte improvvise di biacca.
E intanto l’impasto catramoso, oscuro, tenta ancora di ribellarsi alla solidificazione mentre viene attraversato da un’unghiata che non scomparirà.
Padronanza tecnica, robustezza di progettazione, raffinatezza delle soluzioni espressive permettono a Rodolfo Lepre un nomadismo di forme e colori che inducono lo sguardo a intrappolarsi in un viaggio circolare senza soste né meta.
Bianco per l’evocazione dei rastrellati dischi solari che, risucchiandolo, obbligano l’occhio, soltanto apparentemente, a sfiorare forme centrifugate, lacerti a comporre iconografie del sé.
Raramente nella mano dell’artista si congelano brevi silenzi e piatti abbandoni assediati dalla ruvidezza di arcaiche e vibranti scritture a intreccio, la cui esistenza è affidata all’intelligibilità della loro ombra.
E ancora bianco, finemente solcato in giardini zèn, per placare l’irruente tenacia dei moti dell’animo.
Materiali inerti, colle, cementi interrotti da delicati bradisismi, pigmenti, ci chiamano all’ascolto di un linguaggio espressivo particolarmente interessante in bilico tra la necessità di cedere all’ardore del fuoco e la sapiente difesa che ha il sapore della cenere.

Isabella Deganis
Artista e Studiosa di Storia dell’Arte

 

La Materia, Il Segno, Il Colore.
RODOLFO LEPRE:  Architetto – artista.

L’arte di Rodolfo Lepre si disegna nell’equilibrio di un dualismo tra la figura dell’architetto e quella dell’artista al punto tale che probabilmente se svolgesse una professione diversa forse l’espressività della sua opera non sarebbe stata possibile nei termini che oggi possiamo apprezzare.
Seppur da sempre votato alla pittura ed all’arte tutta, è solo nel 2004, dopo un incontro casuale con un suo amico artista, che trova nuove motivazioni e si riavvicina alla pratica artistica; avviando un’inedita sperimentazione materica, una “pittura-scultura”, un lavoro fatto sì su piani bidimensionali, ma che produce alla fine un’opera in significativo rilievo.
Dualismo tra materia e segno, in cui la prima è derivata dai materiali della prassi costruttiva (calce, sabbia, cemento, colle ecc..) combinata con il colore. Con una tecnica particolare, gestuale ed imprevedibile, Rodolfo Lepre crea e plasma l’opera che poi completa e stabilizza facendogli “bere” in diversi passaggi una vernice da lui combinata e in grado di garantire robustezza e la particolare cromaticità finale all’opera stessa.
La materia ed il segno sono fondamentali nel lavoro dell’artista che affronta la tela senza alcun progetto o preparazione preliminare, come in una specie di “gesto liberatorio” che nasce dal profondo interiore per dare corpo all’opera. Ed è così che il motivo che induce l’artista a creare è la voglia di riappropriarsi della libertà ed è questa condizione che gli permette di graffiare, tirare, incidere la materia e raggiungere così i risultati che possiamo osservare nelle sue opere; sfugge, attraverso l’arte, alle regole.
La domanda che potremmo fare è dunque questa: è arte per se o per gli altri? La risposta sta nell’equilibrio fra questi due poli. L’artista si chiude infatti nel proprio spazio vitale ed intimo, che può sembrare ermetico e chiuso, ma in effetti poi si offre agli altri senza dogmi, anzi, con grande libertà, lasciando che ognuno scruti e scopra l’opera affinchè nella stessa possa trovare quello che cerca o scoprire quello che vuole vedere.

Eliana Mogorovich
Critico d’Arte

 

Arte di Contrasti

Rodolfo Lepre presenta opere materiche informali in cui gioca tra i contrasti di due colori. Le due anime di cui ognuno di noi è formato prendono così corpo e vita nei suoi neri su bianco e bianco su nero, così come sui blu e rossi: sapienza e istinto, bene e male, forza e debolezza si alternano e “lottano” sulle tele in spatolate e movimenti del colore/materia in cui si legge tutto il suo animo e le sue tensioni del quotidiano.

Francesca Mariotti
Critica e Gallerista

 

Arte Genova 2010

Rodolfo Lepre, friuano, architetto, di ritrova presto a considerare il problema di un rinnovamento formale e sostanziale che passa attraverso il riazzeramento del segno e della semplificazione gestuale. Passa quindi dal figurativo all’astratto sperimentando materiali quali: gessi, colle, sabbie, acrilici, ossidi, che gli danno la possibilità di liberare sulla tela energie impreviste.

Mario Pepe
Critico d’Arte – Satura

Opere forti e matericamente impegnative sono poi esposte dall’artista e architetto Rodolfo Lepre: la materia scavata e scolpita segna tracce, percorsi di vita in cui il colore unico, o giocato sui contrasti di due colori forti, armonizza e compensa la pesantezza dell’opera. Volutamente concettuale, l’opera presenta una riflessione stimolata dal contatto richiesto e “dovuto” dal fruitore, contatto che comunica emozioni, “costruzioni” e “percorsi” dell’anima.

Dott.ssa Francesca Mariotti
Critico d’Arte – in occasione mostra collettiva “TOCCAMI!”
Ferrara, 15/30 Maggio 2010